Non so se c'è ancora qualcuno di voi che non lo conosce (e fatemi frusciare un pochino), però il MIO Manuale del Perfetto Cafardo (Michele Pilla editoro) ha fatto il giro del web! E' apparso su un blog, quello di una certa Basileia (http://basileia.splinder.com/archive/2006-03), che dice di averlo preso da una catena di email! Massiccio!
Eccolo qua, tutto per voi che non lo avete mai letto! ;)
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IL MANUALE DEL PERFETTO CAFARDO
di Michele Pilla
PREMESSA: Definizione del Cafardo
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Con questo manuale, l’autore intende fornire un’accurata analisi del fenomeno Cafardo ad oggi, per far sì che il lettore possa comprendere quando si trova a contatto con tale tipologia di individuo.
Ad oggi, si contano diverse scuole di pensiero per quel che concerne l’attribuzione del sintagma “Cafardo”. La più diffusa allo stato attuale prevede che per “Cafardo” si intenda quell’insieme di individui solitamente riuniti in branchi che gironzolano sui cosiddetti “mezzi” pigiando ripetutamente il pulsante del clacson e rivolgendo ai propri simili, che di solito transitano nel senso opposto, epiteti del tipo: “Uè, frà! Addò faje ‘a nafta?” “Compà, vien appress ‘a mme!” “Bella, tien ‘o cul ch’è bell” e via discorrendo.
Con questo manuale, l’autore intende fornire un’accurata analisi del fenomeno Cafardo ad oggi, per far sì che il lettore possa comprendere quando si trova a contatto con tale tipologia di individuo. Questo per far sì che tutti gli sforzi di chiunque indossi una canottiera rosa, o che abbia il “capello fonato”, siano ripagati come meritano.
L’autore intende ringraziare pubblicamente i Cafardi, che di giorno in giorno forniscono materiale sempre più completo per formulare questo Manuale.
CAPITOLO 1: L'ASPETTO – Riconoscere il Cafardo oggi
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Per riconoscere il “Cafardo” d.o.c.[1] tra la gente, è indispensabile essere a conoscenza di una scala di parametri fondamentali. Innanzitutto, occorre capire com’è fatto veramente un cafardo, quale sia la sua fisionomia e come si presenti al grande pubblico.
Approfondite ricerche scientifiche e test di laboratorio confermano che, allo stato attuale, l’aspetto del “Cafardo” sia in continua evoluzione. Il “Cafardo” medio, ad oggi, lo ritroviamo in questa sommaria descrizione: anzitutto, il soggetto in questione è di carnagione piuttosto scura, e di ciò ne va profondamente fiero. Come non apprezzare, infatti, la sua messa in mostra dinanzi agli amici: “Uagliù, uardat ‘i che granda lampada m’aggia fatt stammatina!” Per “lampada” il “Cafardo” sottintende le cosiddette docce solari, fatte rigorosamente in inverno in centri estetici o “Beauty Farm”[2]. Oltre alla cura della propria epidermide, tale individuo ritiene indispensabile, almeno una volta alla settimana, l’intervento d’urgenza del coiffeur[3]. I tagli che sono maggiormente in voga, di questi tempi, sono “o caruso”, che sottende una rasatura completa, “a leccata ‘e vacca”, in cui i capelli vengono incollati alla fronte, “o crestino”, capelli alzati dai lati verso il centro, “o doppio tagglj”, con i capelli rasati lateralmente e lunghi sopra, e il ben più noto “caschetto”. Ma per il “Cafardo” andare dal coiffeur è anche un’ottima opportunità per dare una spuntatina alla barba, e anche per quest’ultima esistono diversi tipi, che non sto qui ad elencare perché inutili ai fini del manuale. Diciamo soltanto che, nella mentalità attuale, si ritiene molto importante la presenza del “baffetto”, rigorosamente nero, e del “pizzetto”, possibilmente biondo platino (“pisciato”, per dirla alla cafarda). Per concludere il capitolo, occorre aggiungere che il “cafardo” è disponibile in differenti dimensioni: c’è il tipo curato, dal fisico scultoreo, con addominali “a tattaruga” e i bicipiti “e fierro”, che si mantiene in forma andando regolarmente in palestra. E poi ci sta “o puorc esaggerat”, l’individuo dedito ai piaceri della tavola che non disdegna mai un pasto e che anzi fa sfoggio della sua “panza” indossando maglie attillate che raramente scendono al di sotto dell’ombelico[4].
[1] D.o.c. . – Denominazione di Origine Cafarda, ndr
[2] N.B. Il “Cafardo” non sa cosa significhi il termine inglese Beauty Farm, e neanche quello italiano Centro Estetico
[3] Coiffeur, termine che identifica “o babbier”, il parrucchiere per uomini
[4] Più comunemente noto come Pellicolo, ndr
CAPITOLO DUE: L'ABBIGLIAMENTO: Come si veste
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In questo secondo capitolo, impareremo a capire come si vestono i cafardi. Ecco una rapida carrellata di abbigliamenti indossati dal nostro amico.
Il Cafardo moderno è, oggi giorno, a tutti gli effetti un indossatore ufficiale. Un modello. Di stile e di eleganza. Un personaggio fescion, ma allo stesso tempo chesciual e di tendenza. Sono proprio questi i termini che egli stesso utilizza in presenza di suoi consimili quando è intento a dissertare in materia di abbigliamento. Una precisazione è d’obbligo: il Cafardo originale è quello che non compera i propri capi tra le bancarelle dei mercati, neppure a Poggioreale (quartiere di Napoli molto meglio noto con il termine Puceriale, ndr). Il nostro soggetto, infatti, misura il proprio grado sociale in base al denaro utilizzato per acquistare i suoi capi da indossare. Sono svariate le griffe che vanno attualmente per la maggiore: Gioggio Ammani, Docce e Cabbana, Atitas, Naic. Si passa senza problemi da capi eleganti ad un abbigliamento prettamente sportivo. E, in tal senso, il Cafardo non bada a spese, anzi: quanto più è alto il prezzo di acquisto, tanto più sarà interessato al prodotto in questione. In tal modo, infatti, egli potrà farsi vanto in presenza di esseri simili a lui: “Uà, frà. Ma che tien ‘o per, ‘e pantofele? I’ stammatina m’aggia accattato nu grandu paro ‘e Silvér! L’aggia pavate trecient eur! Me vuleveno fa’ fess a n’ata part: m’e bbulevano vennere ‘a ddoje e settanta! Ma je nun so’ fess!”.
Ecco, soffermiamoci su tale asserzione: “Stamane ho acquistato un fantasmagorico paio di scarpe (di una nota casa americana). Per averle, ho esborsato la strabiliante cifra di trecento euro, pari a cinquecentocinquantamila lire del vecchio conio! Altrove credevano fossi un pivellino: avrebbero voluto che le pagassi soltanto duecentosettanta! Non sanno che io sono più furbo di loro!” Da notare l’espressione di giubilo e felicitazione con la quale il Nostro si rivolge alla sua encomiabile combriccola: egli si sente fiero di sé, perché quelle scarpe gli sono costate un occhio della testa ed è riuscito a non pagarle di meno. Nulla di più eccezionale.
Ma le calzature non sono l’unica passione del Cafardo. Egli, infatti, ritiene molto importante far sfoggio di differenti tipologie di capi di vestiario. Partiamo dall’intimo: la cosa che il Nostro amico tende porre in risalto è il copripudende (per dirla con parole sue, ‘a mutand, o meglio ancora, il boxer). Esso deve necessariamente recare un marchio di quelli di cui sopra (Docce e Cabbana su tutti). E, ovviamente, deve trasbordare oltre i limiti dei suoi calzoni.
Per meglio comprendere come si vesta un Cafardo, occorre improrogabilmente sapere se, quando si sveglia, egli si senta un tipo sportivo, eleganto o chesciual (casual, ndr). Nella prima delle ipotesi, indosserà la tuta ufficiale della nazionale argentina (squadra con la quale il mito Maradona disputò quattro Mondiali di calcio, ndr) o quella di una delle formazioni calcistiche europee tra le più titolate, a seconda della sua preferenza (‘o Real Madridd, ‘o Mancestér, ‘o Baier Monac, ‘a Gliuventùs, ‘o Milànn). Tutti, si sa, sono capaci di indossare una tuta. Ma c’è modo e modo, ed il Cafardo sa come distinguersi: egli infatti preferisce tenere le caviglie scoperte, in modo da porre in risalto il cazettino marcato, così come i suoi boxer.
Se invece egli dovesse sentirsi eleganto, allora indosserà un pantalone classico (‘o cazon ‘a sigarretta), lo scarpino lucido (mocassino) ed un maglioncino scuro con collo a V, che lasci scoperta la sottogiacca: in questo caso, è ovvio che farà sfoggio di bracciali e catenine (dette laccettini). Da notare che questo standard di abbigliamento non cambia al variare delle stagioni, per cui durante i mesi estivi il Cafardo farà i cosiddetti fungi int’e mmutand.
Infine, nel caso in cui il nostro simpatico individuo dovesse avere tendenze chesciual, allora il suo abbigliamento si esplicherà in un jeans ippòp (hip hop, ndr), che deve assolutamente recare sul posteriore scritte quali: RICH, VERSACE e similari. Non solo: c’è bisogno anche di una felpa. BACI & ABBRACCI, HIJO DE PUTA MADRE e così via quelle più richieste (Hijo De Puta Madre significa, letteralmente, figlio di… buona donna, cosa della quale lui non può che andare fiero).
Immancabili, poi, gli accessori: quello obbligatorio è il Lentino da sole, da utilizzare anche in caso di pioggia. In tale circostanza, qualche volta gli sarà capitato di sentirsi dire: “Bello, ‘e visto ‘o sol int’e canal?” Dal lentino si passa alla pashmina, una specie di foulard che il Cafardo indossa al collo a mo’ di sciarpa e di cui ignora il nome. Tale capo va acquistato rigorosamente di colore rosa, che è quello che va per la maggiore durante questa stagione. Non importa se egli possa rassomigliare ad un femminiello (omosessuale, ndr): l’importante è vestire alla moda.
Per concludere (per ovvi motivi di spazio non possiamo elencare tutte le attrezzature necessarie a diventare un modello di cafardaggine) analizzeremo il berretto. Esistono due tipi di berretto: quello a preservativo e quello sportivo. Il primo solitamente è di lana e viene indossato quando la temperatura è molto bassa: la sua forma ricorda quella del noto contraccettivo maschile, per cui quella del Cafardo rassomiglierà proprio ad una testa di…
Il secondo, il berretto sportivo, va indossato con la visiera che preferibilmente scende fino al naso: non è importante che copra la visuale e che quindi il nostro amico cammini come un non-vedente (nu cecato), la cosa che conta davvero è che lui si rapporti al suo mondo.
Un ultima annotazione riguarda le vacanze estive. Quale migliore occasione per far sfoggio del proprio fisico scultoreo? Al momento di andare in spiaggia per la prima volta, il Cafardo è ipiù abbronzato del sole, forte delle tante lampade (docce solari) fatte durante l’inverno. Quello che balza subito agli occhi è il costume: il più utilizzato è il bermuda a fiori, quello hawaiiano, per intenderci. Egli è il solo degno di indossarlo, e mette tutto il suo impegno acché riesca in questo compito. Per tale cagione, infatti, assume una postura ‘a pinguino, passeggiando fiero con le gambe ad arco ed i piedi piatti. A proposito di piedi: nessun Cafardo potrebbe mai passeggiare in spiaggia se non con gli infradito. Sono queste le uniche calzature che egli utilizza durante il periodo estivo, sia di mattina che di sera.
CAPITOLO TRE: GRAMMATICA DI BASE: Comunicare col cafardo
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In questo terzo capitolo, impareremo a capire come parlano i cafardi. Ecco una rapida carrellata delle espressioni più in voga nel suo mondo.
Ad oggi, il vocabolario Cafardese-Italiano-Cafardese è in continua evoluzione. Comunicare col Cafardo, dunque, presenta alcune difficoltà di fondo. Cominciamo con delle frasi simboliche, che non hanno attinenze col mondo reale. “Uà frà, ch staje vennenno, ‘e purtuall?”
Tradotta nel linguaggio corrente, l’interrogativo di cui sopra sta a significare, letteralmente: “Fratello, è tua intenzione quella di darti al commercio di arance e affini?”
Detta così, la frase sembrerebbe svuotata di qualsivoglia significato preciso, di rilievo. Eppure, si sa, il Cafardese sottende delle linee interpretative che rendono complessa la traslazione di tale epiteto. Prima di tutto, occorre individuarne il contesto. Nel caso specifico, quello dei “purtualli”, ecco la situazione per cui tutto ciò viene alla luce. Al nostro amico Cafardo, infatti, è appena passato sotto agli occhi un individuo vestito di una t-shirt gialla: alché, al Cafardo sovviene alla mente la similitudine con le arance. Il giallo della maglia, infatti, innesca una sorta di rappresentazione mentale, per cui ecco il senso de: “Uà frà, ch staje vennenno, ‘e purtuall?”
Ma questa non è che la punta dell’iceberg. Dello stesso tenore è la frase: “Stu mellon ten a maglia giall, ma ch r’è, o mellon ‘e pan?”
Fermiamoci un attimo a riflettere. Resettiamo tutto. Immaginiamo la scena: il nostro Cafardo cammina con un amico in una via del suo paese, quando a un tratto incrocia un individuo calvo che, del pari a quello sopraccitato, indossa una t-shirt gialla. Ecco il meccanismo del paragone, insito in ognuno dei Cafardi che stiamo studiando: “Stu mellon = Individuo calvo” – “Ten a maglia giall = indossa una t-shirt gialla” – “Ma ch r’è, o mellon ‘e pan? = (SIMILITUDINE) In tal guisa, rassomiglia anzichenò al melone di pane (quello con la scorza gialla, appunto come la t-shirt)”.
Ecco, abbiamo appurato il meccanismo della similitudine insito nel nostro amico Cafardo.
Un altro esempio è quello relativo all’epiteto: “O Kojàk!” Tale affermazione è possibile riscontrarla in occasione dell’incontro di un cafardo con un individuo completamente calvo. L’espressione è facilmente spiegabile: l’individuo senza capelli, infatti, mette in moto nel Cafardo i ricordi della sua infanzia, quando era seduto sul divano intento a seguire gli episodi del Tenente Kojak (l’attore che interpretava tale serie televisiva, infatti, era completamente privo di capelli).
Veniamo, adunque, ad altri tipi di espressione. In presenza di persone dalla corporatura alquanto rotonda, il nostro amico potrà esprimere la propria soddisfazione prendendosi giuoco di tale individuo con l’espressione: “Uà, si bell, mallard!” Tale idioma è ancora al vaglio di accurate equipe di studiosi, che ancora non sono riusciti ad identificarne la radice etimologica. Del pari, molto in voga negli ultimi tempi le espressioni: “ ‘O snell”, o comunque “Sciupatiello!”, delle quali, invece, sappiamo molto di più. Il Cafardo, infatti, tende ad essere ironico. L’ironia, dunque, è un altro elemento caratteristico della terminologia cafarda.
In ultima analisi (risulta chiaro, comunque, che non possiamo soffermarci su tutte le espressioni), sonderemo una frase che sembra avere una forte valenza connotativi, all’interno del mondo cafardo. Solitamente, i nostri amici tendono ad etichettarsi in questo modo: “Uè, fell ‘e mellò”. Stesso significato, ma maggiore carica espressiva, l’epiteto: “Fell ‘e pastiera!” Il tutto, accompagnato con grandi pacche sulle spalle e sorrisi a trentadue denti.